Non è rancore. È memoria.

 Non è rancore. È memoria.

Pomigliano è tra le finaliste per Capitale italiana del libro 2027 con “Città Officina del Leggere”. È una bella notizia. Il problema comincia subito dopo: quando qualcuno prova a decidere di chi sia il merito.

Facciamo allora una cosa poco elegante ma necessaria: ricordiamo i fatti.

Quel dossier non è nato per generazione spontanea negli uffici comunali. La parte dedicata all’infrastruttura culturale è stata scritta da Fabio D’Angelo e Ciro Marino. La parte economica è stata costruita con Camilla Stellato. Il logo è di Fabiana Cuofano, che ha disegnato anche l’identità visiva del FLIP.

Fabio D’Angelo e Ciro Marino hanno lavorato gratuitamente alla stesura. Nessuna parcella. Nessun compenso.

L’idea nacque dopo una chiacchierata con Paolo Picone. In quei giorni un libro di Wojtek Edizioni, casa editrice di Pomigliano, era candidato al Premio Strega e Mirella Armiero raccontava sul Corriere del Mezzogiorno ciò che stava crescendo attorno ai libri in città.

Ci sembrò necessario mettere insieme quelle energie. E restituire qualcosa alla comunità del libro di Pomigliano, che al FLIP ha dato in questi anni un affetto impossibile da contabilizzare.

Il dossier nasce anche da questo: il FLIP credeva nella candidatura di Pomigliano. Non nella sua amministrazione.

Antonio Moresco è oggi ambasciatore in Italia della candidatura. Vale allora la pena ricordare una piccola storia.

Nel 2020 Fabio D’Angelo e Ciro Marino proposero all’amministrazione Russo, assessore Trotta, un progetto culturale. Non ebbe la fiducia dell’amministrazione.

Lo fecero lo stesso.

Si chiamava “Orsi e Cefali a Berlino”, si teneva principalmente al Berlin e aveva come ospite d’onore proprio Antonio Moresco. Per utilizzare lo slargo Pannella dovemmo pagare perfino l’occupazione di suolo pubblico.

Quel Berlin era un pub storico di Pomigliano. Solo che negli anni sarebbe diventato qualcosa di molto meno facile da definire: un luogo iconico della letteratura indipendente italiana, punto di passaggio e di incontro per scrittori, editori e lettori arrivati a Pomigliano con il FLIP.

L’anno dopo, con l’ingresso di Mariacarmela Polisi, quell’idea sarebbe diventata il FLIP.

Sei anni dopo, Moresco è ambasciatore della candidatura e Pomigliano arriva in finale con un dossier scritto anche da chi allora non meritava nemmeno la fiducia necessaria per occupare gratuitamente uno slargo.

La storia ha un senso dell’umorismo feroce.

Sindaco e assessore possono festeggiare. Non possono intestarsene il merito.

Non si può provare a demolire un’esperienza culturale e poi arrivare alla fotografia finale cercando una medaglia.

E resta una telefonata, con un aut aut e il tentativo di decidere chi potesse stare dentro il FLIP. È stata un’ingerenza nell’autonomia di un’associazione culturale. La risposta fu no.

Lo è ancora.

Il FLIP non cambia persone, scelte o libertà in cambio di spazi, contributi o fotografie istituzionali.

Per questo non accompagnerà questa amministrazione nelle prossime fasi e diffida dall’utilizzare il proprio nome per accreditarne l’azione politica.

Non è rancore. È memoria.

E la memoria ha un difetto terribile per chi riscrive le storie: conserva le bozze.

Questa, per fortuna, l’abbiamo ancora.